Riflessioni sulla detenzione preventiva

S viluppi di primaria importanza si sono realizzati, tra fine 2015 ed inizio 2016, in alcuni ambiti della magistratura attivi presso la Procura di Napoli: in particolare, di intenso rilievo è stato l'allontanamento della pm Ivana Fulco, dalla Dda (Direzione Distrettulale Antimafia) di Napoli, trasferita al Tribunale Civile di Salerno. Secondo il Consiglio Superiore della Magistratura, infatti, la Fulco provò a interferire in un’inchiesta che non le competeva, telefonando al Gip che avrebbe dovuto decidere sulla posizione del suocero, coinvolto in una indagine in un giro di tangenti camorristiche in un ospedale casertano.  La Fulco, secondo il Csm, ha compiuto una “impropria commistione di interessi familiari e ruolo istituzionale” perché avrebbe provato ad aiutare Francesco Bottino, ex direttore generale della Asl di Caserta e padre del marito Marco Bottino, un altro pm di Napoli che lavora nella sezione criminalità economica. Francesco Bottino è indagato in un’inchiesta sui condizionamenti del clan dei Casalesi nella gestione dell’ospedale di Caserta che coinvolge circa 30 persone, considerate vicine al clan Zagaria. La Fulco chiamò il Gip Antonella Terzi alla vigilia dell’udienza preliminare raccomandandole di “guardare le carte con attenzione”, perché i pm titolari del fascicolo “non avevano capito niente”, nelle carte, da lei studiate, “non c’era niente” e l’accusa si poggiava su una base “fragile”. Fu, invece, la stessa Antonella Terzi a segnalare la telefonata al Csm. Secondo l’atto di incolpazione del pg della Cassazione, sul quale si fonda la sentenza del Csm,  quella non era stata l’unica circostanza in cui la Fulco era intervenuta per provare a difendere il suocero. Il  Csm paventa comunque “il pericolo di una possibile nuova utilizzazione del ruolo istituzionale… per favorire interessi familiari” e questa storia ha in ogni caso “pregiudicato l’immagine del magistrato”. Di qui la decisione di trasferire d’ufficio il pm a Salerno e alla sezione giudicante... L'importante sviluppo è stato riportato da giornali ad alta diffusione, tra cui il "Mattino", il "Messaggero", il "Fatto Quotidiano". Ivana Fulco era nota soprattutto per  avere lavorato nella Dda di Napoli, diretta nella sue sezioni, dai magistrati Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli. La pm aveva avuto un ruolo anche nelle accuse di coinvolgimento proprio in un giro di tangenti camorristiche, nel quartiere napoletano del Vomero, relative al clan Caiazzo, per un cui presunto ruolo di "concorso esterno" in associazione camorristica era stato arrestato l'avvocato Vittorio Trupiano, in detenzione preventiva dal 25 giugno 2015, e non più legale del boss Antonio Caiazzo dal 2013. L'avvocato V. Trupiano si è sempre definito innocente, e proprio ultimamente una voce critica verso la sua (ed altre) detenzioni preventive si è fatta sentire da parte di un celebre studioso e professore universitario dell'Università del Molise, oltre che storico,  Giovanni Cerchia, nato in Svizzera e  che da tempo ha legato il suo pensiero a correnti garantistiche orientate a sinistra (in particolare, a "Sinistra, Ecologia e Libertà"), ma, nello stesso tempo, mantenendosi al di sopra delle parti, ed, a tratti, oltre le differenze tra correnti di destra e di sinistra. Si tratta di una riflessione analitica importante, su uno strumento, il carcere preventivo, che può diventare un odioso strumento, quando ne manchino le basi, che può inficiare, spesso, l’idea stessa di giusto processo: uno strumento di cui spesso in Italia si fa uso ed abuso.  Scrive infatti Giovanni Cerchia, in un testo pubblicato sul suo seguito blog personale, in favore del diritto e dei diritti, centrato sulla situazione italiana e soprattutto campana: "[...] La stagione di mani pulite ha avuto innumerevoli meriti, ha riaffermato diritti, garantito ineludibili domande di giustizia. Ma è altrettanto indubbio che si spinse talvolta ben oltre, fino a esercitare improprie funzioni politiche e moralizzatrici. Gerardo Chiaromonte fu tra i pochi che ebbero il coraggio di rilevarlo per tempo, allorché nella primavera del 1992 accendeva i riflettori su indagini che rischiavano di trasformarsi in una generalizzata caccia alle streghe contro i partiti e la politica. [...] Un quarto di secolo più tardi possiamo dire che quelle speranze siano state in parte disattese. Sul senso di responsabilità di un’intera classe dirigente — nella società come nella politica, negli affari come nella cultura — ci sarebbe molto da discutere e, pur senza generalizzare, stenderei un velo pietoso. La legalità, per suo conto, è stata tanto invocata quanto elusa. Non si può certo dire che abbia rappresentato una pratica costante, una via d’uscita per la crisi italiana; anzi, l’intreccio tra poteri, affari, certa politica, certa società civile e mafie ha dominato e domina le cronache e le aule di giustizia, senza discriminare affatto tra Nord e Sud. Il malaffare s’impone, purtroppo, come un grande fattore d’unificazione nazionale. E il giustizialismo, in questo contesto, è stato l’altro volto dell’aggressione allo Stato di diritto, una sorta di reazione allergica ai mali del sistema che ha rischiato (e rischia) d’uccidere ciò che si pretende di curare. Fortune politiche giornalistiche gli debbono molto; un po’ meno la convivenza civile. So bene in quali condizioni pietose versi l’amministrazione del potere giurisdizionale e con quanto coraggio, spirito di sacrificio e di adattamento tanti magistrati svolgano il proprio compito in difesa dei valori fondamentali della Repubblica. Non di meno, è innegabile che nella pratica alcuni istituti abbiano subito un’evoluzione assolutamente discutibile. Mi riferisco in particolare alla carcerazione preventiva, una misura restrittiva concepita dai nostri codici per salvaguardare un interesse generale, impendendo al presunto criminale di fuggire, di reiterare il malfatto o d’inquinare le prove. E il tutto in presenza di chiari indizi di colpevolezza. Stiamo parlando di un istituto eccezionale, delicatissimo, che consente addirittura di comprimere la libertà individuale pur in mancanza di una sentenza definitiva. Tuttavia, in questi anni di orribile deriva dipietrista si è talvolta trasformato in un vero e proprio strumento coercitivo, una via per la formazione della prova in corso d’opera, se non in un’arbitraria anticipazione della pena. Non si tratta di entrare nel merito o di opinare sull’innocenza di qualche imputato. Non è questo il punto. Su innocenze e colpevolezze si esercitino le sentenze, magari il quanto più rapidamente possibile. In discussione, in realtà, siamo tutti noi e i diritti sanciti nella Costituzione, la nostra dignità di cittadini. Per questa ragione il garantismo è un dovere, non una concessione, non un pretesto da sollevare a giorni alterni e a seconda dei casi. Il garantismo vale sempre, anche quando potrebbe apparentemente darci fastidio. Anzi, soprattutto in questi casi. Per intenderci, non ho un giudizio tenero su Nicola Cosentino — e ne ho scritto a tempo debito, quando era uomo potente e dotato di influenti amicizie. Non di meno, trovo davvero incomprensibile il protrarsi della sua detenzione in attesa di giudizio. Quali sarebbero, ad oggi, le esigenze di custodia cautelare che non potrebbero essere garantite, per esempio, dagli arresti domiciliari? Altro caso singolare è quello dell’avvocato Vittorio Trupiano, arrestato nell’estate del 2015 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, poiché sospettato d’aver favorito i clan camorristici Lo Russo e Caiazzo. Secondo Domenico Letizia — scrittore e attivista del partito radicale — la detenzione di Trupiano avviene «senza indizi evidenti, e per vacue accuse che non hanno alcun riscontro negli eventi fattuali», «anche per la trascrizione non integrale delle intercettazioni che lo riguardano, costellate di ammissioni di omissis e di incomprensibilità». Tanto più che Trupiano era già stato arrestato con le stesse accuse nel 2003 (e poi assolto per l’insussistenza del fatto), allorché era la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo a intervenire, giudicando ingiustificata detta detenzione preventiva, in quanto segnata da un chiaro intento persecutorio. Possibile che nessuno faccia chiarezza sulla questione?

Leggo inoltre di un’ennesima assoluzione dell’ex sindaco di Pignataro Maggiore Giorgio Magliocca, dopo la pubblica gogna e quasi un anno di misure cautelari. Ho in mente il travaglio di Franco Capobianco, ex assessore della provincia di Terra di Lavoro, arrestato all’alba nella sua abitazione e quindi rilasciato dopo mesi di carcere, senza arrivare nemmeno all’udienza per il giudizio. Il risarcimento per l’ingiusta detenzione, pur ricevuto, non lo ripagherà mai.[...] Ieri i partiti sono crollati sotto il peso di enormi, indubbie responsabilità. Oggi il campo è occupato da guitti e manettari; qualche volta perfino da guitti sostenuti da manettari.

Resto convinto che l’Italia meriti qualcosa di meglio." Così, questa importante analisi di Giovanni Cerchia, pubblicata il 12 gennaio 2016, e che si può leggere integralmente nella pagina presente collegandosi a questo link: https://giovannicerchia.wordpress.com/2016/01/12/per-giustizia-mai-per-vendetta/ , ancora una volta mette in risalto il compito di radicale delicatezza svolto dai magistrati, che mai dovrebbero dimenticare quanto la libertà abbia un valore sacro e la presunzione di innocenza debba essere al centro realmente, con le parole e con gli atti.

[Nota di aggiornamento: Nel marzo 2016, Francesco Bottino, suocero della pm Ivana Fulco, è stato condannato, in primo grado ad un anno e dieci mesi] [Questo articolo è stato pubblicato sulla versione on line del giornale Dea Notizie e sui giornali telematici Caserta24ore, Italia Sociale, oltre che sul giornale in carta stampata La Civetta (trimestrale), Giustizia Giusta, giornale cartaceo ed in pdf (mensile)]



Antonella Ricciardi