Testimonianza di Maria Di Dio su diritto alla salute e carceri
Nel dialogo seguente, Maria Di Dio, zia del detenuto Francesco Di Dio, esprime tutta la sua amarezza per il decesso del giovane, morto a meno di 48 anni, nel giugno del 2020. Originario di Gela, pagava un tragico errore compiuto quando era ancora adolescente ed era anche in balia del dramma della tossicodipendenza: avere partecipato ad un "regolamento di conti" tra appartenenti alla Stidda ed a Cosa Nostra, che aveva causato purtroppo diversi morti, nel 1990. Traviato da persone più grandi e scaltre, che poi erano uscite dal carcere, attraverso il percorso di "collaboratori di giustizia", Francesco non aveva seguito la stessa strada, ma aveva iniziato un percorso di redenzione in altra forma… Francesco Di Dio, infatti, aveva aderito all'associazione non violenta "Nessuno Tocchi Caino", coltivava la fede cristiana evangelica, scriveva poesie, aveva frequentato un corso di filosofia morale e di ceramica, oltre che il Liceo Artistico, per cui si era diplomato e si era iscritto alla Facoltà universitaria di Sociologia, oltre ad essersi interessato anche a Scienze delle Comunicazioni. Il suo impegno è stato recentemente ricordato anche, nel corso di un incontro pubblico contro il carcere ostativo, anche da Giuseppe Ferraro, professore universitario di Filosofia all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, un cui corso era stato seguito da Francesco, e da Carmelo Musumeci, un tempo all’ergastolo ostativo, ora te volte laureato ed attivo in una comunità di volontariato; il loro ricordo commosso, ha lasciato un segno, in un incontro che aveva visto una partecipazione anche del magistrato Gherardo Colombo, da tempo impegnato contro il carcere senza attenuazioni. In particolare, il professor Ferraro aveva ricordato una poesia di Francesco, definita straordinaria, e sottolineato quanto non fosse giustizia etico.morale negare ogni beneficio solo per il non avere percorso la strada del collaboratore di giustizia… percorso che rischiava di provocare ritorsioni. Condannato all’ergastolo, si era visto negare tutti i benefici, quindi le attenuazioni dei gradi d’intensità della pena, fondamentalmente per il non avere fatto il collaboratore di giustizia, più che per il suo reato: al riguardo, va comunque tenuto presente, secondo quanto rimarcato anche dalla Corte Costituzionale nel 2019, che non sempre il non essere collaboratore di giustizia vuol dire essere ancora collegati con il crimine; dietro la non collaborazione vi possono essere anche contrarietà alla delazione e timore di rappresaglie. Nonostante l’importantissima pronuncia di civiltà, quindi della alta più autorità giuridica d’Italia, che valuta il diritto stesso, sono ancora molti i detenuti spesso arbitrariamente relegati a carcerazioni troppo automaticamente ostative. Nella sua testimonianza, Maria Di Dio esprime tutti i suoi dubbi sulle circostanze della morte di Francesco, e propende per l’ipotesi che potesse e dovesse essere assistito meglio, e certamente fuori dal carcere. A prescindere dalle ipotesi, su situazioni che dovranno essere chiarite, emergono comunque dei dati di fatto: Francesco Di Dio veniva tenuto in carcere anche con la motivazione di rischi di attualità criminale, ma non aveva commesso reati in prigione e la Stidda è da anni organizzazione non più attiva; afflitto da grave malattia autoimmune, all’ultimo stadio, era persino mutilato di un piede; la relazione di una dottoressa di Milano ne attestava la necessità di cure esterne. Del resto, è lampante che il carcere non sia un ospedale, e, per quanto possa avere al suo interno alcuni presidi sanitari, nei fatti non può avere la stessa capacità di cura di una struttura esterna. L’ergastolo stesso, per essere distinto dalla pena di morte, non può essere inteso, logicamente, sempre nel senso di detenzione totalmente carceraria, ma deve prevedere almeno forme alternative, perché nei casi di persone molto malate, altrimenti, si rischia l’omesso soccorso, e quindi il negargli, a volte, possibilità di vita. Al confronto, la pena di morte, per quanto crudele, fa soffrire meno: in pochi momenti, finisce tutto, mentre il rischio di morire dopo decenni di carcere, perché non curati adeguatamente, nei fatti è una pena doppia. Peraltro, una semplice richiesta di ricovero in centro clinico esterno è qualcosa di molto più basilare di un beneficio e può avvenire anche senza differimento ufficiale della pena, per intervento di direzione sanitaria di un carcere ed apporto di medici esterni: è quanto accaduto, ad esempio, dall’estate del 2020 nel caso di Raffaele Cutolo, che correttamente può essere così più adeguatamente curato, per le sue rilevanti patologie, tra cui una difficoltà a camminare, causata anche da problemi ai piedi per il diabete. Maria Di Dio chiedeva, comprensibilmente, altrettanta civiltà anche per Francesco, che aveva purtroppo subito perfino l’amputazione di un piede; tutt’ora, chiede di potere vedere i filmati di sorveglianza del carcere, da mesi. Del resto, se davvero Francesco Di Dio fosse morto nel suo letto nel modo in cui è stato descritto, la possibile visione dei filmati non dovrebbe creare problemi. Più volte, comunque, le telecamere hanno chiarito delle situazioni: ad esempio, nel caso di abusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, per le indagini riguardo le violenze a freddo, ai danni dei detenuti. Ricciardi: “Chiedi chiarezza e piena verità sul caso di tuo nipote, Francesco Di Dio, purtroppo deceduto nel giugno 2020: detenuto da 30 anni continuativi (salvo una brevissima scarcerazione per decorrenza del termini di carcerazione preventiva, nel 1996), era gravemente malato per una malattia autoimmune, il morbo di Buerger, gli era stato perfino amputato un piede. Nonostante le richieste di scarcerazione, negli ultimi tempi, gli era stato negato il differimento della pena, nella forma della detenzione domiciliare, in una casa, e della detenzione ospedaliera, in un centro di cura esterno. Eppure, perfino Totò Riina, certamente di tutt’altro calibro, pur senza ottenere differimento ufficiale della pena, aveva trascorso gli ultimi due anni di vita in una struttura ospedaliera di un centro di cura, quindi non proprio in carcere... ed è altresì vero che è corretto curare chiunque, in conformità ai principi costituzionali. La direzione sanitaria del carcere di Opera definiva le condizioni di salute di Francesco discrete, nonostante le sue difese immunitarie fossero bassissime, in tempi oltretutto di coronavirus, e lui fosse costretto con le stampelle. Puoi spiegare precisamente da cosa dipenda la mancata attuazione di tali misure? In questi casi, di solito non decide una sola persona...” Di Dio: “Nell’ultima richiesta che abbiamo fatto, la responsabilità maggiore ce l'hanno il direttore e la direzione sanitaria del carcere, perché secondo la circolare del 21 marzo del 2020 doveva essere il direttore a segnalare al magistrato di sorveglianza chi stava particolarmente male e lui non lo fece; invece, in quel periodo fece uscire tante altre persone e l'unico che è morto è stato mio nipote. La direzione sanitaria ha dichiarato che Francesco stava in discrete condizioni di salute, quando già in passato un primario specialista di Milano aveva scritto che il permanere nelle carceri per Francesco rappresentava un "alto rischio". Inoltre c’è da rabbrividire dalla paura che in pieno lockdown in Lombardia i detenuti li hanno chiusi in celle separate e durante tutto il periodo mio nipote non ha visto nessun medico; come si può lasciare un ragazzo gravemente malato senza medico, è assurdo, , in quanto mio nipote non solo aveva bisogno di un medico, ma doveva essere monitorato costantemente. Inoltre, durante una videochiamata chiesi a mio nipote come mai lui non era stato inserito nell'elenco tra le persone che dovevano uscire. Mio nipote non rispose, si abbassò la testa e venne richiamato dalla guardia. Una domanda semplice chiara, fatta da me, e per questo venne rimproverato mio nipote. Invece, nella penultima richiesta sono coinvolti tutti, perché il magistrato di sorveglianza ha tenuto conto solo della relazione del carcere e non ha tenuto conto della relazione medico specialistica, che dichiarava che Francesco era ad “alto rischio” e non poteva rimanere in carcere ma prospettare una diversa collocazione. Non riesco a capire l'accanimento che hanno avuto nei confronti di mio nipote, il carcere per qualsiasi istanza da noi presentata ci rispondeva che "loro erano in grado di gestire la malattia di mio nipote" Loro nei confronti di Francesco sono stati caini.” Ricciardi: “Già prima della prematura dipartita di Francesco, avevi "previsto" il suo rischio di morte, nonostante la direzione sanitaria del carcere avesse definito non prevedibile l'evento; cosa ti aveva fatto perlomeno ipotizzare che invece le condizioni di Francesco fossero non tendenti alla stabilità, ma al rischio di peggioramento? Ti eri rivolta anche a qualche persona esperta per una consulenza?” Di Dio: “Non è vero che non era prevedibile la morte di Francesco, in quanto già nel 2016 un medico specialista di Milano aveva allertato il carcere e il magistrato sulle condizioni di Francesco, certificando che per Francesco prospettava una diversa collocazione del carcere, in quanto era in una situazione precaria: l’arteriopatia agli arti inferiori di cui soffriva era in fase avanzata, e rappresentava una patologia ad ” alto rischio “sia in termini di sopravvivenza che di eventi acuti cardiovascolari oltre che distrettuali”. Francesco doveva vivere in un ambiente igienicamente controllato, dalle basse temperature e dall'umidità. Inoltre, c’era bisogno di medicazioni e una fisioterapia costante e continuativa, di cicli di terapia, controllo del dolore e di un monitoraggio delle condizioni distrettuali e generali, altrimenti avrebbe sofferto di dolori ingiustificati. Infatti diverse volte mio nipote mi riferiva che non sapevano gestire il suo dolore e che soffriva dolori inenarrabili, con urla fortissime. Nell'ultimo periodo, per la disperazione mi aveva chiesto di spedirgli un farmaco per attutire il dolore e loro, che hanno sempre dichiarato che sapevano gestire, lo facevano urlare notte e giorno.” Ricciardi: “La direzione sanitaria del carcere ha definito i motivi del trapasso di Francesco naturali e non prevedibili, ma tu hai qualche dubbio sulle circostanze: puoi spiegare perchè e se ci siano margini per ulteriori approfondimenti, da parte di una realtà esterna, di controllo, sulla direzione stessa del carcere? Inoltre, la famiglia Di Dio aveva richiesto l'acquisizione dei filmati di sorveglianza, nel giorno della morte di Francesco, ma non vi sono stati ancora forniti, almeno per il momento: perchè? Cercherete di insistere in questa richiesta, ed in che modo?” Di Dio: “ Sì, perché chi muore di infarto in posizione supina, come ha dichiarato il carcere, non può avere degli ematomi sul viso. Fin dall’inizio abbiamo chiesto la video sorveglianza delle ultime 48 ore di vita di mio nipote Francesco Di Dio: ad oggi, dopo circa dopo otto mesi non ci è stata fornita. La mia famiglia ed io insistiamo sulla richiesta della videosorveglianza per trasparenza, e poi se è morto come dicono loro, non dovrebbero esserci problemi. Dopo tante richieste da parte della stampa di rilasciare interviste e dopo circa otto mesi mi sono decisa di concedere intervista alla stampa proprio per questo motivo. Noi, famiglia Di Dio chiediamo fortemente la videosorveglianza alla magistratura di Milano che sta seguendo il caso di mio nipote.” Ricciardi: “ Francesco era stato condannato all'ergastolo a soli 18 anni, per un grave fatto di sangue, nell'ambito della faida tra la Stidda (organizzazione rivale della mafia siciliana "tradizionale") e Cosa Nostra: tuttavia, in carcere aveva aderito ad iniziative culturali e per la non violenza, ed aveva chiesto perdono, con tutto sé stesso, ad un membro dell'altra organizzazione, a sua volta in prigione per vari reati, che si era commosso: lo aveva in effetti perdonato, durante una iniziativa dell'associazione umanitaria "Nessuno tocchi Caino". Eppure, le autorità statali, fino alla sua morte, e nonostante la disgregazione totale della Stidda, gli avevano negato tutti benefici, cioè le attenuazioni del grado di intensità della pena... Da cosa deriva, a tuo avviso, tale atteggiamento di completa chiusura?” Di Dio: “Questa domanda me la sono posta tantissime volte anch’io e questa risposta ce la dovrebbe dare la direzione del carcere. Io, ho avuto sempre l’impressione di un accanimento di cattiveria nei confronti di mio nipote, che peraltro gravemente ammalato. Tante è vero che aveva necessità della sedia a rotelle e non gliela hanno mai fornita. Personalmente io ho mandato e-mail al carcere in cui scrivevo che volevo regalare una sedia a rotelle ad un detenuto. Alla prima e-mail mi hanno risposto chiedendomi chi ero, ho risposto che ero la zia di Francesco Di Dio allegando la mia fotocopia di carta di identità, e da allora non mi hanno mai più risposto. Come devo definire questo tipo di atteggiamento se non sadico! Perché non solo non gliela fornivano loro, che sempre si sono sempre dichiarati in grado di gestire la malattia di Francesco e neanche hanno permesso a me di potergliela regalare: aggiungo che questa è violazione dei diritti umani .” [Questo servizio, poi aggiornato con integrazioni, è stato pubblicato sulla versione on line del giornale "Dea Notizie", sul giornale telematico "Caserta24ore-Il Mezzogiorno", sul giornale on line "Quaderni Socialisti"] Introduzione e quesiti di Antonella Ricciardi [ Nota di aggiornamento: Successivamente, si è scoperto che purtroppo i filmati della videosorveglianza del carcere sono stati distrutti… Erano stati trovati anche numerosi psicofarmaci e tracce di hashish, nascosti in una fasciatura del povero Francesco: erano stati richiesti approfondimenti, per chiarire se ci fossero eventualmente sue impronte digitali e/o di altri. .: i reperti non sono stati, però, analizzati, nelle indagini del pm Christian Barilli per chiarire se ci fossero eventualmente solo sue impronte digitali o anche di altri. La richiesta di analisi, però, era stata avanzata dai familiari. Il caso è stato archiviato, nonostante non fossero stati cristallizzati subito i reperti, il cui sequestro era avvenuto solo dopo nove giorni.Non è provato che sia stato Francesco a mettere tali materiali nella fasciatura, data la mancanza di analisi: la scena stessa ad alcune persone parenti è sembrata richiamare l’ipotesi che la morte potesse voler sembrare un suicidio, ma certamente Francesco, che aveva progetti e speranze, non si è tolto la vita.L’autopsia ha chiarito che Francesco Di Dio non avesse ingerito assolutamente quelle pillole. ]



Antonella Ricciardi , 20 gennaio 2021