Ricordo di Angelina Merola

Angelina Merola

Il documento che segue è un ricordo di Angelina Merola, vedova Abbatecola, la quale, per cause naturali, ha lasciato la sua vita terrena il 29 giugno 2009.

Concepito in quanto tesina nell’ambito di una ricerca universitaria per l’anno accademico 1997-1998, il testo, sotto forma d’intervista, s’inquadrava nell’ambito di un più vasto esame di Storia Contemporanea, al cui interno veniva particolarmente approfondita la tematica della famiglia nella storia, a proposito della quale era stato avviato un seminario apposito, condotto dalla professoressa Laura Guidi dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Questo seminario  poteva comportare, tra le altre cose, lo svolgere una ricerca sull’argomento, attraverso documenti d’archivio, o tramite, appunto, l’intervistare una persona anziana conosciuta, magari nell’ambito del proprio stesso gruppo parentale. Inoltre tale lavoro, messo a punto in quanto parte della porzione monografica dell’esame, sotto la denominazione di “Figlie e madri nel Novecento”, era stato pensato per arricchire la documentazione di un archivio storico del Mezzogiorno d’Italia.

Il pezzo, che può essere tuttora interessante leggere ed approfondire, narra di episodi di vita quotidiana, comuni eppure significativi per la storia dei modi di esprimere l’amore familiare e per gli sviluppi del costume nel tempo, quindi non banali,  e di vicende rilevanti, intense e non comuni, sullo sfondo del drammatico ed epocale contesto della Seconda Guerra Mondiale. In particolare, meritano attenzione i passaggi sul ruolo della donna nel contesto dei rapporti di genere, e sull’ombra dei potenziali pericoli di abusi sessuali, che nei cupi tempi di guerra erano spesso una triste realtà.

L’intervista era avvenuta domenica 3 maggio 1998 a S. Maria Capua Vetere, in casa della testimone, Angelina Merola, vedova Abbatecola dal 1991, che era mia nonna da parte materna. Angelina era nata a Pietramelara, nell’alto casertano, il 9 novembre 1927, per cui aveva all’epoca 70 anni. Sposando l’avvocato Aurelio Abbatecola (nato il 17 febbraio 1924) nel 1948, si era trasferita a S. Maria Capua Vetere. Angelina era in possesso di un diploma magistrale ed aveva insegnato per due anni alle scuole elementari. La sua famiglia d’origine era composta dai suoi genitori e da quattro figlie, lei compresa, mentre un primo bambino dei suoi genitori, quindi suo unico fratellino maschio, morì a circa due anni. Angelina aveva avuto col marito tre figli: una figlia, professoressa, nata nel 1949, un figlio, medico, nato nel 1955, ed un'altra figlia, avvocato, nata nel 1964. Al tempo dell’intervista Angelina viveva con la figlia più giovane e col marito di lei…

ANTONELLA: “Di quante persone era composta la tua famiglia?”

ANGELINA: “La mia famiglia era composta dai miei genitori e da quattro figlie (me compresa); io ero la terza figlia, quindi avevo due sorelle più grandi (una era nata nel 1923 ed una nel 1924) ed una più piccola (era nata nel 1930). Avevamo anche un fratellino, Mario, nato nel 1922, che però morì di broncopolmonite quando aveva solo circa due anni, e quindi non ho potuto conoscerlo…ricordo solo una sua fotografia”.

ANTONELLA: “Ricordi gravidanze e parti di tua madre? Dove avvenivano?”

ANGELINA: “Da quello che mi ha raccontato mia madre, so che avvenivano in casa”.

ANTONELLA: “Ci sono state differenze nella tua esperienza dei parti rispetto a come li ha vissuti tua madre o sono avvenuti nelle stesse condizioni?”

ANGELINA: “Non ci sono state differenze: anch’io ho partorito in casa”.

ANTONELLA: “Tua madre si dedicava soltanto ai lavori di casa o aveva un’occupazione anche fuori?”

ANGELINA: “No, mia madre badava solo alla casa”.

ANTONELLA: “Tu, invece, oltre alle faccende di casa hai svolto dei lavori anche fuori?”

ANGELINA: “Sì: ho insegnato per due anni ai bambini delle scuole elementari”.

ANTONELLA: “A proposito del lavoro domestico, trovi delle differenze tra quello svolto da tua madre e da te nei primi tempi del tuo matrimonio, confrontandolo con quello di oggi? E se sì, di che tipo?”

ANGELINA: “Delle differenze certamente ci sono: soprattutto per l’aiuto del frigorifero, della lavatrice e di tutti gli altri elettrodomestici di oggi, che prima non avevamo”.

ANTONELLA: “Ricordi se tua madre veniva aiutata nei lavori di casa da qualcuno da voi figlie o forse da qualche persona di servizio?”

ANGELINA: “Mia madre era aiutata da noi ragazze; c’era poi una persona di servizio che svolgeva dei lavori più pesanti, come il bucato e altri lavori più duri”.

ANTONELLA: “Questa signora veniva da fuori in occasione di questi lavori o era venuta ad abitare da voi?”

ANGELINA: “No, veniva da fuori, solo in occasione dei lavori più pesanti”.

ANTONELLA: “Quale era il lavoro di tuo padre?”

ANGELINA: “Era proprietario terriero”.

ANTONELLA: “Con quali allocutivi ti rivolgevi ai tuoi genitori? Gli davi, cioè, del ‘tu’, del ‘voi’, del ‘lei’?”

ANGELINA: “Ai miei genitori davo del tu, ma tra la maggioranza delle persone veniva usato il voi”.

ANTONELLA: “Le relazioni nella vostra famiglia erano di tipo abbastanza autoritario o intimo-affettivo, o di altra natura ancora?”

ANGELINA: “In famiglia c’era molto affetto, ma certo dei rapporti gerarchici esistevano, ed in particolare era forte l’autorità di mio padre; la situazione era diversa da quella di ora: ad esempio, una mia sorella fu ritirata da mio padre dal ginnasio che allora frequentava, e questo solo perché aveva trovato un bigliettino in cui una sua amica le chiedeva se voleva andare ad un appuntamento con un ragazzo che chiedeva sempre di lei”.

ANTONELLA: “Tuo padre aveva quindi un’autorità maggiore di quella di tua madre?”

ANGELINA: “Indubbiamente sì”.

ANTONELLA: “Con quale dei tuoi genitori passavate più tempo?”

ANGELINA: “Logicamente stavamo di più con mia madre, dato che mio padre era spesso fuori casa”.

ANTONELLA: “Ricordi se i tuoi genitori giocavano con voi?”

ANGELINA: “A volte sì, ma non spesso… ci dedicavano poco tempo”.

ANTONELLA: “Come erano i rapporti tra voi sorelle?”

ANGELINA: “Erano buoni, anche se certo, a volte, c’erano degli screzi: di piccola entità, comunque”.

ANTONELLA: “In tempo di guerra come sono cambiati i rapporti nella vostra famiglia? Siete cioè diventati più uniti e c’è stata più solidarietà o alcuni rapporti si sono, in un certo senso, disgregati?”

ANGELINA: “Nel periodo di guerra i rapporti si sono stretti, molto”.

ANTONELLA: “Cosa ricordi in particolare del periodi di guerra? Per esempio a proposito dei bombardamenti e di altri episodi che ti hanno toccata da vicino?”

ANGELINA: “Certamente, la guerra è sempre una cosa brutta, e rimangono da ricordare molti episodi non felici. In particolare posso ricordare i continui bombardamenti, che ci costringevano a rifugiarci nei sottoscala”.

ANTONELLA: “Notavi delle differenze tra i bombardamenti degli americani, quelli degli inglesi, ecc…? Insomma, riuscivate a capire chi vi bombardava?”

ANGELINA: “Noi pensavamo che i bombardamenti più forti fossero quelli americani, che erano più intensi ed anche più indiscriminati”.

ANTONELLA: “Cosa ricordi del passaggio delle diverse truppe?”

ANGELINA: “Le truppe tedesche erano più violente, a noi facevano più paura, mentre con l’arrivo degli americani le cose migliorarono: per noi fu una liberazione vera”.

ANTONELLA: “Gli americani portarono con loro anche dei prodotti nuovi?”

ANGELINA: “Senz’altro: dopo un periodo così duro potemmo avere molte scatolette di carne, cioccolata, biscotti… tutte cose una volta razionate, che potevamo acquistare solo con delle tessere”.

ANTONELLA: “Ti è capitato da conoscere da vicino qualche soldato di uno di questi eserciti?”

ANGELINA: “Eh, indubbiamente sì: ricordo dei soldati americani, dato che proprio nella nostra casa avevano messo il comando americano, e con parecchi di questi soldati instaurammo un buon rapporto di amicizia, tanto è vero che lo si rivolgevano a mia madre soprannominandola ‘mammà’”.

ANTONELLA: “Dopo la guerra hai mantenuto dei contatti con qualcuno di loro?”

ANGELINA: “Dopo la guerra abbiamo continuato l’amicizia con uno di loro, che si chiamava Dick, che ha continuato a scriverci, mandandoci poi anche una sua fotografia con sua moglie, il giorno del suo matrimonio; col tempo, i rapporti si sono diradati”.

ANTONELLA: “Ricordi qualcosa di particolare legato ai soldati tedeschi?”

ANGELINA: “I tedeschi facevano molta ma molta paura, tanto è vero che noi eravamo costretti a chiuderci nelle case, e poi facevano razzia di tutto, sia di biancheria sia di oggetti di valore. Molti uomini anche erano costretti a nascondersi, perché gli uomini venivano presi dai tedeschi e costretti ad andare al fronte. Se poi i tedeschi trovavano uno di loro morto, prendevano a caso molti italiani e li fucilavano”.

ANTONELLA: “Tornando ad un ambito più familiare, volevo poi sapere se hai partecipato, prima di sposarti, a qualche lavoro extra-domestico.”

ANGELINA: “No, questo i miei genitori non lo hanno mai permesso a me ed a tutte le mie sorelle, dato che eravamo quattro donne e loro erano molto gelosi di noi… volevano solo che studiassimo”.

ANTONELLA: “Ricordi se tua madre aveva ancora rapporti costanti con la sua famiglia o per qualche motivo li aveva interrotti?”

ANGELINA: “Mamma aveva rapporti con le sorelle, ma soltanto con quelle che abitavano più vicino, mentre con le altre che se n’erano andate con i fratelli in America i rapporti si erano allentati”.

ANTONELLA: “Dopo il tuo matrimonio hai mantenuto rapporti costanti con tua madre?”

ANGELINA: “Senz’altro ho mantenuto rapporti con mia madre, anzi, in generale il rapporto coi miei genitori si è rafforzato, perché potevo capire davvero cosa sono i genitori quando sono diventata madre.”

ANTONELLA: “Tornando al periodo di guerra, hai avuto contatti ravvicinati con i tedeschi in qualche occasione?”

ANGELINA: “Sì, ne hanno fatte di tutti i colori… Ricordo una razzia che i tedeschi fecero a casa nostra verso il 1944, quando l’Italia si era già distanziata dalla Germania: entrando nel salotto hanno sfregiato dei quadri di valore con la baionetta, hanno poi sparato con la pistola contro alcuni orologi ed alcune fotografie, e poi dal balcone hanno buttato giù tutta la nostra biancheria, portandola via con un loro camion”.

ANTONELLA: “Ti è successo di assistere ad episodi di violenza contro delle persone?”

ANGELINA: “Anche: è successo il 12 ottobre 1942… volevano prendere mia sorella, Marietta, che si trovava in giardino con altre persone, per portarla contro la sua volontà ad un loro festino (il motivo non era chiaro all’inizio, dato che parlavano quasi solo in tedesco, ma poi è diventato evidente più tardi), ma il suo fidanzato, Gianni, aveva reagito, tirandola via dalle mani dei tedeschi. A questo punto un soldato tedesco colpì Gianni alla nuca con il calcio della pistola, il quale stramazzò a terra come se fosse morto, anche se per fortuna era solo svenuto; finchè visse (è morto nel 1987) la testa spesso gli fece male. I tedeschi lasciarono Marietta e presero me. Fui quindi portata via dai due giovani soldati tedeschi (sui 24-25 anni circa), i quali mi fecero aspettare a lungo in una stanza, mentre da una stanza vicina si sentivano delle risate e delle musiche. Arrivò poi, però, un ufficiale tedesco che mi vide piangere, allora sgridò i due soldati che mi avevano portata lì…, forse perché era un padre di famiglia e perché mi vide molto giovane (all’epoca le ragazze erano molto meno informate di quelle di oggi, avevano meno stimoli dai mezzi di informazione). Questo ufficiale tedesco mi consolò anche, facendomi segno di non piangere più, e dicendomi in un italiano un po’ approssimativo: “Stasera tu con mammà”. I tedeschi così mi rilasciarono, e senza aver commesso alcun abuso nei miei confronti: senza avermi torto un capello. Per questo ricordo qualcosa di buono dei tedeschi! Quel militare tedesco aveva agito verso di me secondo coscienza, e penso che probabilmente italiani ed americani si sarebbero comportati diversamente. A mio padre, comunque, quel giorno, per lo spavento, vennero improvvisamente i capelli bianchi. Quella sera stessa a Pietramelara celebrarono una messa di ringraziamento per la mia liberazione… E questa storia ancora ora a Pietramelara è abbastanza conosciuta”.

ANTONELLA: “Parlando dei nostri giorni, i tuoi figli hanno mantenuto con te rapporti stretti?”

ANGELINA: “Sì, e posso dire di essere stata fortunata; tra l’altro i miei figli, dopo il loro matrimonio, non sono andati ad abitare lontano”.

ANTONELLA: “Dopo il tuo matrimonio, invece, come si attuavano i rapporti con tua madre?”

ANGELINA: “Ci scambiavamo molte visite; dopo la morte di mio padre, spesso lei si fermava di più con me e con le mie sorelle”.

ANTONELLA: “Tornando alla tua famiglia, ricordi da chi erano prese le decisioni più importanti?”

ANGELINA: “Erano prese di comune accordo: la nostra era una famiglia molto unita”.

ANTONELLA: “Anche nella famiglia che hai costituito dopo il tuo matrimonio era così?”

ANGELINA: “Sì, in genere le decisioni erano prese di comune accordo, perlopiù”.

ANTONELLA: “Tornando alla tua famiglia d’origine, sai se tua madre aveva una dote o un corredo?”

ANGELINA: “Mia madre, come quasi tutte le ragazze nate alla fine dell’Ottocento (lei era del 1887, mentre mio padre era del 1886), aveva un corredo, in biancheria”.

ANTONELLA: “E tu hai avuto a tua volta un corredo?”

ANGELINA: “Senz’altro: dello stesso tipo di quello di mia madre; è una tradizione che si è mantenuta di madre in figlia”.

ANTONELLA: “Infine, confrontando il tuo ruolo di madre con quello di tua madre, quali differenze noti?”

ANGELINA: “Il ruolo materno, per me, è cambiato in modo positivo, sia per il benessere che per la maggiore confidenza, il dialogo più aperto… certo, nel mio caso, sempre unito al rispetto”.

[Questo articolo-intervista è stato pubblicato sui giornali Dea Notizie, Caserta24ore, Il Mezzogiorno di Napoli e Caserta, Corriere di Aversa e Giugliano, Qui Calabria; inoltre, questo testo è stato inserito nel libro "Chi è", anche di altri di autori vari, edizione 2015, disponibile in versione cartacea e digitale, pubblicato dall'Associazione Dea Sport onlus, dedicato a persone da ricordare, oltre che a narrativa ed in particolare alla poesia] Introduzione e domande di



Antonella Ricciardi , 3 maggio 1998