Quarta intervista a Dagoberto Bellucci
Nell'intervista che segue a breve, Dagoberto Bellucci, studioso di tematiche connesse soprattutto all'Islam, corrispondente dal Libano e della Siria, oltre che scrittore, analizza diverse situazioni di vibrante attualità, tra le quali la situazioni non sempre rosea, a suo avviso, dell'informazione in Italia, la realtà delle primavere arabe, importantissime svolte, che però rischiano di "avvizzire" per interferenze e manipolazioni straniere, il nodo del nucleare in Medio Oriente, i fecondi fermenti sociali in diverse nazioni latinoamericane.

 

 

Ricciardi: “In passato, sei stato un collaboratore assiduo di diverse testate giornalistiche, soprattutto di carta stampata, ma da alcuni anni scrivi soprattutto nell'ambito del tuo blog personale, e molto meno spesso per giornali, che hai messo, almeno temporaneamente, da parte, tranne che nel caso di qualche testata giornalistica telematica... Puoi spiegare i motivi di tale preferenza? In particolare, quale è la funzione che ti sei prefisso per il  tuo spazio personale nel web?”

Bellucci: “Intanto crediamo opportuno sottolineare l’assoluta irrilevanza delle diverse collaborazioni avute fino a qualche anno fa con determinate realtà giornalistiche. Per essere onesti si trattava di spazi editoriali o cartacei da occupare considerando che riteniamo conclusa qualsiasi esperienza politica di tipo militante ormai dalla metà degli anni novanta, periodo che vide la fine naturale del progetto ‘Eurasia-Islam’ sviluppato da Maurizio Lattanzio sulle pagine del mensile trapanese ‘Avanguardia’. Da allora ci siamo per così dire ‘appoggiati’ a diverse testate senza alcuna particolare partecipazione emotiva  ideologica o militante. Diciamo pure che il risultato era conforme alle attese: “Il Puro Islam”, “Assadakah”, “Rinascita”, “Eurasia”  hanno rappresentato soltanto momentanee convergenze di un percorso scrittorio fine a se stesso. “Il Puro Islam”  è stato una tappa di avvicinamento, e di rapido allontanamento, al mondo dello sciismo italiano, “Assadakah” ci ha permesso una conoscenza dall’interno della realtà , affatto omogenea e molto più disarticolata e contraddittoria di quanto si pensi , del mondo arabo e un ulteriore ponte verso Libano e Siria mentre  “Rinascita” ci ha permesso di svolgere attività di corrispondenza dal Libano e dalla Siria. Diciamo che abbiamo svolto i ‘compiti’, e pensiamo di averli svolti fin troppo bene…si è trattato di corrispondenze neanche troppo corrisposte. Con “Eurasia” mancavano completamente i presupposti per qualunque convergenza organica rispetto ad un progetto di cui era evidente da parte nostra la non condivisione delle linee generali. Abbiamo percepito il trimestrale di studi geopolitici per quello che in fondo era: il proseguimento in altre vesti del percorso iniziato negli anni Novanta dal gruppo umano di “Orion”. Premesso che mutando le sigle non siano mutati gli obiettivi di fondo né i punti di riferimento (la solita russofilia di cui non comprendiamo né ci interessa capire genesi o motivazioni) il successivo distacco dal gruppo umano eurasiatista era inevitabile. Ora si potrebbero dire molte cose su ognuna delle riviste citate ma, francamente e per         quanto ci riguarda, crediamo di aver speso anche troppe parole rispetto ad esperienze che appartengono al nostro trapassato remoto. Il blog personale in un dato momento è diventato pertanto una necessità e insieme un punto di partenza: da un lato questo spazio autogestito ci ha permesso di scrivere quello che ci interessava senza intromissioni nè interferenze esterne che sono all’ordine del giorno quando si tratta di articoli relativi a ebrei, Ebraismo e questione ebraica (esiste una timorata forma di censura preventiva rispetto alla questione maledetta che si accompagna spesso e volentieri a imbarazzanti prese di distanze provenienti dagli ambienti che teoricamente, e solo teoricamente, dovrebbero essere in prima linea…al contrario abbiamo assistito sovente a dichiarazioni del tipo “non siamo antisemiti, siamo antisionisti” , “questo articolo non possiamo pubblicarlo” o scusanti sempre pronte fra le quali la più rinomata è quella del “c’è la legge Mancino, non si può”, ritornelli che alla fine ci si stanca di stare a sentire); dall’altro lato è servito a chiudere definitivamente un percorso cominciato venticinque anni fa. Quello che c’era da dire è stato sufficientemente detto così come ciò che c’era da scrivere è stato scritto. Niente è stato lasciato al caso…d’altronde il ‘caso’ non esiste. Si potrà girare attorno quanto si vuole su qualche sfumatura, ci si potrà soffermare sulle virgole, su qualche sbavatura grammaticale ma i contenuti del nostro impegno scrittorio fondato sull’antigiudaismo  militante – che è qualcosa che va oltre e supera il mero anti-sionismo al quale un po’ tutti oggigiorno si richiamano (ci saremmo stancati della frase “non sono antisemita, sono antisionista” troppo spesso utilizzata a destra come a sinistra per prendere le distanze dalla questione maledetta…per quanto ci riguarda vale invece l’esatto contrario…siamo antigiudaici in quanto dov’è il sionismo c’è l’ebreo come dov’è l’ebreo c’è il sionismo…l’antisionismo senza antigiudaismo è una cazzata interplanetaria…l’Ebraismo non è una semplice religione ma un’appartenenza razziale e quindi , per dirla con Schopenhauer, “la patria di un ebreo sono gli altri ebrei”) - direi che sono stati abbondantemente sviscerati e analizzati.   Arrivati a questo punto abbiamo messo la parola fine anche all’esperienza del blog personale. Abbiamo altri progetti per il futuro, vedremo di occuparci di altro e, comunque, una pausa di riflessione ci voleva.”

Ricciardi: “Quanto, eventualmente, i tuoi ideali politici possono entrarci con la scelta di agire in proprio riguardo la diffusione di tuoi pezzi, invece di avvalerti della collaborazione di determinati organi d'informazione?”

Bellucci: ““Non pensiamo si tratti propriamente di “ideali politici”. Diciamo di una visione del mondo che ci porta costantemente a distanziarci da progetti o iniziative con le quali manca qualsiasi reale sinergia, che personalmente valutiamo destinati al fallimento e verso i quali ovviamente non percepiamo alcuna tensione né emotiva né ideologica tantomeno politica ammesso poi che di politica si sia trattato. Per essere chiari: non solo non ci interessano più formule quali “andare oltre la destra e la sinistra” – le utilizzano praticamente tutti e sono il refrain comune a chi crede in improbabili superamenti di un sistema politico che sulle categorie di destra e sinistra ha costruito e cementato la propria invulnerabilità riuscendo a dividere e contrapporre i rivoluzionari dell’una o dell’altra fazione – ma crediamo svuotate di senso tutte le iniziative che si presentano equivoche. Il transessualismo ideologico, i trasformismi politici, le mezze misure dettate da opportunismo contingente non sono mai servite né ad aumentare consensi né a migliorare la qualità della ‘produzione’ cartacea o militante che sia. Se a qualcuno sta bene la fine delle ideologie sancita dagli avvenimenti epocali che caratterizzano la fine della guerra fredda – e per i quali Francis Fukuyama, testa d’uovo dell’establishment mondialista statunitense espresse la formula della “fine della storia” agli inizi degli anni Novanta proclamando la supremazia del modello culturale, sociale e politico degli USA , sbagliando clamorosamente la previsione che voleva un mondo unipolare pacificato e democratizzato sotto la guida della superpotenza americana – noi riaffermiamo quei principi e quei valori che sono eterni e appartengono al mondo della tradizione europea e, piaccia o dispiaccia ai più, ribadiamo la nostra adesione alla welthanshauung, visione del mondo, nazionalsocialista. Principi  e valori che si incarnarono nel corso delle due guerre mondiali nell’esperienza delle rivoluzioni nazionali europee, nell’esperienza del Fascismo italiano e del Nazionalsocialismo tedesco che del fascismo rappresentò la forma compiuta, organica e totalizzante. Sono esperienze irripetibili ma non per questo irrecuperabili; esperienze che appartengono alla storia; irripetibili nella forma ma recuperabili nella sostanza. Innanzitutto perché, a differenza del comunismo sovietico ‘battuto’ senza combattere e sconfitto dai McDonalds e dalla pizza Hut di gorbacioviana memoria, dalla Coca Cola e dai supermercati, il Fascismo è stato sconfitto militarmente. Le conquista sociali delle rivoluzioni fasciste europee sono un dato di fatto che appartiene alla storia. I fascismi hanno prodotto civiltà, il bolscevismo sovietico barbarie. La rivoluzione di Mussolini in Italia ha prodotto ordine e sviluppo. La rivoluzione crociuncinata nazionalsocialista in Germania ha ridato orgoglio nazionale ad un’intera nazione e risollevato l’economia tedesca a pezzi. La rivoluzione bolscevica, il golpe ebraico di Lenin [benché non fosse di religione ebraica, secondo diversi studiosi Lenin aveva parziali ascendenze ebraiche, e molto numerosi erano gli ebrei nell’entourage bolscevico, n.d.r] e della sua cricca di intellettuali borghesi che giocavano a fare i rivoluzionari stipendiati  dalla Sinagoga, ha creato aberrazioni sociali, disintegrato interi ecosistemi, sradicato e gulaghizzato intere comunità etniche, portato allo sterminio di classe seminando l’odio e la sedizione nella società russa. La differenza sostanziale tra i diversi movimenti ispirati al Fascismo e il bolscevismo sovietico, soprattutto nella sua versione staliniana, è nella concezione contrapposta che ebbero rispetto alla questione agraria: : i i primi pensando di ristrutturare le società contadine rivalutandone la funzione ed il ruolo culturale e la funzione economica ma anche storica della figura del contadino, il secondo utilizzando il sistema della tabula rasa e della devastazione radicale di un universo che era percepito dall’oligarchia sovietica come nemico da eliminare e contro il quale utilizzare il pugno di ferro. Oggi vediamo la Cina, che su un piano meramente ideologico dice di aderire al modello marxista nella sua versione maoista, ripercorrere la stessa strada adottata da Stalin per ridurre le distanze rispetto alle economie capitaliste dell’Occidente con i disastri ecologici e umani, le distruzioni etniche e culturali che tutti conoscono. In qualunque forma il marxismo si è reso responsabile di disastri contro l’uomo, contro Dio e contro la natura. Basta e avanza per dubitare di questa specie di esperimento sociale partorito dalla testa di origine ebraica di Karl Heinrich Marx [i Marx avevano ascendenze ebraiche sebbene si fossero convertiti ad una Chiesa cristiano-protestante, n.d.r.] fondato sull’invidia e l’odio di classe. Al contrario il modello di sviluppo economico fascista rappresentò il tentativo rivoluzionario delle nazioni europee di rompere le catene usurocratiche imposte dall’alta finanza al vecchio continente dopo la prima guerra mondiale, unica sintesi possibile tra capitalismo e comunismo. Assieme a queste rivendicazioni di natura economica che miravano alla salvaguardia della sovranità nazionale attraverso lo sviluppo della produzione industriale, il miglioramento delle condizioni di vita generali e un diffuso benessere vennero portate avanti rivendicazioni di natura politica comprendenti la revisione dell’iniquo trattato di Versailles. In contemporanea venivano aperte delle pericolose brecce all’interno del sistema monetario internazionale (si studi in proposito la fondamentale legge sulla reichsbank del giugno 1939) creando i presupposti per un ordinamento del sistema monetario su basi completamente diverse rispetto a quelle fino ad allora seguite dal capitalismo mondiale. Ora se pensiamo che abbiamo davanti una crisi finanziaria globale che oramai da 4 anni ha disintegrato certezze e portato sul lastrico milioni di individui nelle società ricche e opulente dell’Occidente; se consideriamo come questa crisi sia interna al sistema di sviluppo capitalistico, nasca dai meccanismi di sfruttamento usurocratico del sistema bancario non è possibile non guardare a quell’altra crisi strutturale che a livello di finanza mondiale nel 1929 diede il via ad un analogo ciclo depressivo. Il 24 ottobre ‘29 , giorno che cominciò la crisi del New York Stock Exchange (la borsa di Wall Street) - a cui farà seguito, cinque giorni dopo, il definitivo crollo della borsa valori - segna l’inizio della grande depressione che sconvolse l’economia internazionale.

 

Ed è volgendo lo sguardo verso quella crisi che è possibile riconoscere nel governo di Adolf Hitler - una volta giunto al potere nel gennaio 1933 - l’artefice di un vero e proprio miracolo economico, capace di eliminare la disoccupazione (e parliamo di oltre sei milioni di disoccupati) e rilanciare la locomotiva tedesca che, inutile sottolinearlo, ieri come oggi rappresenta la locomotiva dell’intera Europa.

Facciamo riferimento quindi a valori e ad esperienze che appartengono alla storia e alla cultura dell’Europa e degli europei. Poi ognuno potrà raccontarsela come vuole la crisi ma di una cosa siamo sicuri, se la finanza americana è la principale responsabile dei disastri del sistema internazionale non saranno certo le cosiddette economie emergenti (Cina, India, Brasile e Sudafrica) quelle che salveranno il vecchio continente. C’è chi crede che questi stati rappresentino una alternativa. Niente di più falso. Non casualmente i paesi del Brics (i quattro sopra elencati più la Russia) sono accorsi volenterosi a sostenere le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per aiutare questi organismi internazionali, principali responsabili delle politiche usurocratiche adottate dalla Finanza Mondiale contro i popoli e le nazioni, a risollevare i sistemi bancari d’Europa e Stati Uniti, ripeto i sistemi bancari… Se sono questi gli organismi “alternativi” al sistema dell’usurocrazia parassitaria mondialista andiamo bene… Quarant’anni fa c’erano degli imbecilli che andavano scandendo slogan del tipo “La Cina è vicina” e “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung”… si è visto come sia finita l’ondata pseudo-ribellistica estremamente conformista del Sessantotto. Passato quasi mezzo secolo c’è chi vorrebbe farci credere che, su un piano meramente finanziario, siano i cinesi che salveranno il mondo. “Ma mi faccia il piacere…” diceva il grande Totò. Siamo seri: la Cina pensa, legittimamente si intende, ai propri interessi. Il problema è che gli interessi della Cina non hanno niente a spartire con quelli dell’Europa.  E se il “made in Italy” è in crisi, se tante aziende italiane chiudono bottega, se i prodotti italiani non sono più competitivi sui mercati e tanti imprenditori, quando non si suicidano, sono costretti a delocalizzare è anche per la concorrenza cinese. Tra Washington e Pechino non c’è alcuna scelta. Entrambe partecipano dell’attuale disordine mondiale. E tra morire americano o crepare cinese non ci pare ci sia poi una così grossa differenza.”

Ricciardi: Conosci approfonditamente le realtà libanese e siriana, anche perchè da anni, spesso, soggiorni in quelle nazioni, e soprattutto in Libano, traendone anche dei reportage... inoltre, sei uno specialista, più in generale, di questioni riguardanti il mondo arabo, che studi intensamente da molti anni... Puoi tracciare un quadro della situazione in Libano e Siria, arricchito delle tue analisi avvalorate pure da alcune testimonianze di prima mano che hai potuto cogliere?

Bellucci: ““Il mondo arabo è dagli inizi del 2011 in subbuglio. Le cosiddette “primavere arabe” che hanno costituito la più evidente novità del panorama internazionale hanno messo in crisi regimi che si riteneva inattaccabili (la Tunisia di Ben Alì, l’Egitto di Mubarak), regimi fortemente legati all’Occidente che godevano della protezione americana (la Tunisia definita per anni come un modello di sviluppo e costantemente aiutata da FMI e Banca Mondiale, l’Egitto militarmente protetto dal fiume di dollari e tecnologia provenienti d’oltre Atlantico). Eppure qualcuno ai piani alti del sistema mondialista ha decretato la fine di questi despoti e delle loro dittature: era evidentemente arrivato il contrordine ed è stato dato il disco verde ai sobillatori di professione e agli specialisti del caos organizzato di entrare in azione. Dietro le rivolte della primavera araba si nasconde la regia occulta di gruppi di pressione quali Otpor che già aveva condotto le cosiddette rivoluzioni colorate in Yugoslavia, in Ucraina, in Georgia e che aveva provato a gestire in prima persona anche la “primavera di Beirut” del 2005 quando a seguito dell’attentato all’ex premier Rafiq Hariri nacque un movimento popolare filo-occidentale che raggruppò immediatamente vecchi e nuovi amici dell’America. Il conflitto libico ha segnato un punto di svolta nelle recenti vicende che hanno investito il mondo arabo:  è stato deposto un regime sostanzialmente vicino ad una parte del mondo occidentale per meri giochi di potere interni alla finanza mondiale. L’Italia , partner privilegiato di Tripoli, non solo non è stata capace di difendere i propri interessi – coincidenti con Muhammar Gheddafi e il suo modello di Repubblica Popolare Socialista Araba , la Jihamahiriyah – ma è stata trascinata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, attraverso la NATO, in una guerra che mirava a scavalcare l’influenza quarantennale del governo di Roma. Ci siamo ritrovati di fatto cornuti e mazziati, incapaci di mantenere la parola data al leader libico e irresponsabilmente catapultati, elmetto in testa e mimetiche, in un conflitto che andava esattamente contro un secolo di politica mediterranea. Dal conflitto contro l’impero ottomano del 1911 la Libia è sempre stata, salvo la  parentesi della reggenza di re Idris, la nostra quarta sponda… Grazie ad una classe politica di inetti e vili abbiamo passato la mano a britannici e francesi.  Onestamente il conflitto libico ha rappresentato anche una sorta di redde rationem nei rapporti di forza tra le potenze europee: l’Italia è stata ridimensionata, riportata al rango di paria d’Europa, di piccola potenza, provincia dell’impero a stelle e strisce alla quale Francia e Gran Bretagna hanno di fatto dato il benservito estromettendola definitivamente dalle vicende politiche nordafricane.  La Siria è l’ultimo capitolo di una serie di aggressioni militari fomentate da Washington a partire dalla prima guerra mondialista per il petrolio combattuta contro l’Iraq nel 1991 e passando per la data simbolo , l’11 settembre 2001, che segna il punto di non ritorno per l’Establishment sionista-statunitense di arrivare al Nuovo Ordine Mondiale che di fatto viene imposto manu militari alle nazioni islamiche. In Siria si combatte per affermare una concezione del mondo altra rispetto ai deliri messianico-imperialisti elaborati dai vari centri di studi strategici, dalle fondazioni e dalle diverse lobbie’s che determinano la politica estera degli Stati Uniti. E’ per questo che la Siria attualmente rappresenta il principale fronte di resistenza all’imperialismo ed all’espansionismo militare dell’Occidente. In molti hanno scoperto la Repubblica Araba Siriana soltanto nella primavera di un anno fa. Personalmente abbiamo visitato la Siria una prima volta nel lontano 1997. Conosciamo autorità ed esponenti del partito Ba’ath al potere, responsabili politici e militari siriani. La nostra amicizia nei confronti del governo del Presidente Assad è dunque di vecchia data. Detto questo ci pare ovvio che l’aggressione anti-siriana condotta dal mercenariato wahabita-al qaedista non è altro che una riedizione di quello che venne tentato a partire dall’autunno 2005 contro il Libano: un tentativo di destabilizzazione che utilizza qualunque pedina e qualsiasi strategia per raggiungere i propri obiettivi. Mercenari del fondamentalismo islamico-salafita, servizi d’intelligence americani ed europei, sostegno logistico, militare e finanziario proveniente da Turchia e petrolmonarchie del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein e Qatar sono in prima linea in questa crociata anti-Assad che Washington sostiene in tutte le sedi diplomatiche con l’avallo dei principali paesi dell’Unione Europea mai così supini rispetto alle decisioni prese oltre Atlantico); tutto serve e tutto viene utilizzato per abbattere il legittimo governo rappresentato dal Presidente Bashar al Assad e dal partito Ba’ath, movimento rivoluzionario, popolare e socialista e autentica anima del nazionalismo panarabo.  La Siria viene colpita per il suo sostegno ai movimenti di resistenza in Libano (Hizb’Allah) e Palestina, Damasco è da anni l’ultimo caposaldo della Nazione Araba combattente, la Siria l’ultimo stato sovrano arabo che rifiuta di cedere ai ricatti sionisti e alle finte offerte di pace provenienti da Washington. All’inizio del suo mandato il presidente americano Barak Obama invitò Damasco a riprendere i negoziati di pace per il Vicino Oriente: l’invito di Obama era una trappola alla quale i dirigenti siriani hanno fortunatamente risposto picche. In cambio di un miglioramento delle relazioni siro-americane e di un formale riconoscimento USA del ruolo di centro geopolitico della regione vicino-orientale la Siria avrebbe dovuto rinnegare la trentennale alleanza strategica che la lega alla Repubblica Islamica dell’Iran. Assad ha rifiutato l’abbraccio mortale di Obama ed oggi si trova sotto attacco. Il Libano al momento è un paese alla finestra: si guarda agli sviluppi della situazione siriana non senza paure. Già nel recente passato il terrorismo di matrice salafita ha colpito Beirut e altre zone del paese dei cedri. E’ un mostro pronto a risvegliarsi in qualunque momento. La rivolta scoppiata nell’estate 2007 nel campo profughi palestinese di Nahr el Bared (vicino Tripoli nella zona settentrionale del paese) ha rappresentato un monito per tutti i libanesi che all’epoca si strinsero, senza alcuna eccezione, attorno all’esercito chiamato a fare piazza pulita degli estremisti salafiti di Fatah al Islam molti dei quali probabilmente oggi infiammano le piazze e le strade delle città e dei villaggi siriani. C’è una buona dose di ipocrisia nelle parole del segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e in quelle degli altri diplomatici e politici statunitensi quando dichiarano di voler portare “libertà” al popolo siriano: sanno perfettamente che stanno armando l’estremismo salafita così come sanno perfettamente che una volta al potere queste formazioni imporranno ad una nazione storicamente retta da un regime laico e tollerante (in Siria sono da sempre rappresentate tutte le principali confessioni cristiane che convivono tranquillamente a fianco dei musulmani) il modello istituzionale fondato sull’interpretazione più radicale e intollerante della legge islamica (la Shariyah) cioè quello di stretta osservanza salafita o wahabita; l’Islam che piace all’Occidente e particolarmente agli Stati Uniti. Quell’Islam non è Islam. E’ una parodia, una parodia oscena che serve soltanto agli interessi dell’Imperialismo per colpire indiscriminatamente le nazioni musulmane e fomentare nelle società occidentali un’islamofobia odiosa quanto strumentale. E’ un gioco piuttosto ‘datato’, parecchio stucchevole, che può funzionare ancora solo e soltanto grazie alle connivenze delle grandi catene televisive che avallano qualsiasi menzogna creata ad arte dalle centrali di disinformazione sioniste. Se pensiamo poi che in prima linea in questa crociata anti-Assad si trova Al Jazeera, il principale netwoork arabo (una televisione creata dagli ebrei per inebetire l’opinione pubblica araba) seguitissimo in tutto il Vicino Oriente, e che niente di ciò che accade ormai da 1 anno e mezzo in Siria viene fatto conoscere dai media occidentali il gioco è fatto. Esiste una quotidiana contabilità cimiteriale ad uso e consumo dei media occidentali; settimanalmente i telegiornali embedded ci propinano cifre su nuove vittime, ci parlano di stragi e massacri eppure non c’è nessuno , neanche uno straccio di corrispondente, che racconti le dei loro attentati, le quotidiani uccisioni di civili, poliziotti e militari perpetrate dai sedicenti “ribelli” anti-Assad né che hanno provocato panico e morte fin dentro la capitale Damasco. Ogni mezzo diventa lecito per quelli sostenuti dalla democratica America, perfino il terrorismo indiscriminato e i rapimenti. Tutto serve alla ‘causa’… Mentre in Siria si muore sotto i colpi di questa sgangherata banda di mercenari e assassini al soldo dell’America in Italia, come nel resto d’Europa, si fa finta di niente o, ipocritamente, si piange le vittime che serve piangere e che fa comodo ricordare. Non parliamo poi della diplomazia italiana: con l’arrivo di Terzi quale ministro degli Esteri del governo del tecnocrate Monti la nostra Farnesina assomiglia alla succursale del Council on Foreign Relation’s statunitense…d’altronde colonia siamo e colonia dimostriamo anche nei fatti di essere a tutti gli effetti. Niente di nuovo dall’italietta democratica e antifascista, da 70 anni colonia statunitense e docile cooperante delle strategie atlantico-sioniste. Che poi la NATO avesse originariamente fini difensivi e che la Carta Costituzionale italiana dichiari testualmente che “L’Italia ripudia la guerra” direi che ai nostri politicanti-straccioni al servizio del padrone americano freghi meno di niente. Ma la coerenza democratica (per chi ci crede e si professa democratico ovviamente, la qualcosa personalmente non ci tocca minimamente) va a farsi fottere quando sono gli americani o i sionisti a dettare legge. Non è una novità.”

 

Ricciardi: “Puoi esprimere una valutazione sulle posizioni di Washington nei confronti dell'Iran? Mi riferisco, in particolare, alla questione del nucleare, oltre che, in generale, a quali siano, secondo te, gli obiettivi del governo degli Stati Uniti, e  quali conseguenze potrebbero derivarne...”

Bellucci: “La questione del nucleare iraniano rappresenta il punto cruciale dei destini dell’intero Vicino Oriente: è su questo problema che si giocherà la vera partita nei prossimi mesi e anni. Washington sta prendendo tempo in vista della risoluzione del suo ormai pluridecennale contenzioso con Teheran. Gli Stati Uniti non hanno mai accettato lo smacco della rivoluzione islamica iraniana che di fatto li estromise dalla zona del Golfo né hanno dimenticato il rapimento dei diplomatici USA e il disastro di Tabas che fu una delle conseguenze più drammatiche dell’iniziativa dell’allora presidente Carter di riportare a casa sani e salvi i suoi connazionali. L’Iran dal canto suo non dimentica otto anni di sostegno statunitense all’Iraq durante la guerra imposta, il ritorno della flotta USA nelle acque del Golfo, l’abbattimento il 3 luglio 1988 dell’airbus A-300 dell’IranAir colpito dall’incrociatore americano Vincennes che causò la morte di tutti i 290 passeggeri tra i quali 66 bambini (è la Ustica iraniana); né gli iraniani possono dimenticare tutti gli attentati commessi da formazioni terroristiche quali i Muhjaeddin e Khalq finanziati e per anni sostenuti dall’America e dai suoi alleati (si ricorda che soltanto nel dicembre scorso è stato infine chiuso il campo di addestramento-base militare di Ashraf in Iraq). La questione del nucleare iraniano dunque è complessa: è il pretesto utilizzato dagli Stati Uniti per continuare a mantenere alta la pressione della comunità internazionale contro Teheran e approntare una nuova “armada mondialista” sul modello di quella messa in piedi nell’estate 1990 contro l’Iraq di Saddam Hussein dopo l’occupazione del Kuwait. Ma gli americani sanno perfettamente che la Repubblica Islamica dell’Iran non è l’Iraq, che i dirigenti iraniani non sono nati ieri né sarà attraverso pressioni diplomatiche o sanzioni economiche che si potrà venire a capo del contenzioso nucleare. La domanda che ormai da diversi anni ci poniamo è: farà l’America la guerra ebraica contro la Repubblica Islamica dell’Iran? E’ una domanda di strettissima attualità. E che si tratti di una guerra ebraica è francamente fin troppo evidente dalla implicita partecipazione di elementi della nota lobby in prima linea nel fronte anti-iraniano e dagli interessi che l’Internazionale Ebraica manifesta nei confronti dell’Iran e del contenzioso nucleare. Un contenzioso peraltro talmente pretestuoso che non è possibile non ricordare come nel Vicino Oriente esista un altro “stato”, l’entità criminale sionista alias sedicente “Stato d’Israele”, che dispone di un vero e proprio arsenale termonucleare con almeno 300 testate atomiche puntate sulle principali capitali arabe ed europee e che sovente i dirigenti israeliani hanno minacciato di utilizzare contro i loro vicini. Queste cose ovviamente si sanno. Ma è bene non dirle a voce troppo alta, soprattutto sui quotidiani a larga diffusione e in tv che, del resto e non casualmente, sono saldamente controllati da elementi di eletta ascendenza.” 

Ricciardi: “Un filo conduttore che lega numerosi tuoi interventi riguarda l'analisi e la relativa critica al ruolo dei poteri forti, di matrice ebraico-sionista, in meccanismi di comunicazione "pilotata", che ritieni una vera e propria disinformazione, relativa ad avvenimenti dei nostri tempi, ma anche ad eventi che sono parte integrante della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio...  Puoi spiegare, in sintesi, alcune tue tesi al proposito?

Bellucci: “Semplice: viviamo nel pianeta-papalla dove ognuno se la racconta e ad ognuno viene offerto un ruolo, una funzione che spesso è finzione. La più grande di queste ‘fiction’ è quella della potenza ebraica. Sia chiaro gli ebrei in Italia e in Europa dominano abbondantemente i mass media, occupano i principali posti chiave nelle redazioni di telegiornali e quotidiani, determinano gli umori dell’opinione pubblica ormai kippizzata a dovere. Il ruolo svolto da autori di eletta ascendenza nel mondo della cultura è assolutamente di primissimo piano attraverso l’influenza che viene esercitata dai correligionari che occupano stabilmente cattedre universitarie e da altrettanti rappresentanti della infera matrice annidati ai vertici delle case editrici. Chiunque potrà rendersi conto della potenza ebraica nel mondo della cultura semplicemente entrando in una qualsiasi libreria, spulciando tra gli autori delle principali opere che vengono pubblicate ogni anno o dando un’occhiata ai titoli. A questa consueta occupazione ‘campale’ dell’elemento ebraico nel mondo culturale si è sommata negli ultimi anni una altrettanto sottile ma insidiosissima presenza all’interno delle Istituzioni politiche. E così abbiamo un portavoce della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, che può tranquillamente permettersi di lanciare minacce a destra e a manca nel più assoluto silenzio, servile e complice, del mondo della politica che, tra l’altro, non da oggi ha abdicato al suo ruolo per favorire ogni sorta di lobbismo e di settarismo. Eppure, malgrado tutta la sicurezza ostentata, nonostante la sodomizzazione forzata alla quale sono stati obbligati politica e mondo culturale il vero problema non è rappresentato dalla potenza degli ebrei quanto dall’impotenza dei goyim, degli stolti ‘gentili’, i quali hanno favorito in qualsiasi modo e avallato questo stato di cose dalle quali è emersa la potenza ebraica con il suo smisurato orgoglio e la sua ineguagliabile cupidigia. L’esclusivismo razziale e religioso e l’arroganza degli ebrei provocherà presto o tardi delle reazioni.  Attualmente la situazione è tutta a loro favore, rapporti di forza improponibili (utilizzando una metafora calcistica 27 a zero alla fine del 1° tempo) nell’Occidente giudaico-mondialista. Ma non è detta l’ultima parola… Anche se, onestamente, non vediamo chi e cosa potrebbe mutare questo tristissimo panorama.”

potrebbe mutare questo tristissimo panorama.”

Ricciardi: “Ultimamente, stai rivolgendo, tramite il tuo blog, decisamente più attenzione alle realtà latinoamericane: ciò in parte per recenti collegamenti con vicende del Medio Oriente (ad esempio, da poco c'è stato un importante viaggio del presidente iraniano Ahmadinejad in America Latina), ma anche, in generale, per i fermenti locali, di natura sociale, antiimperialistica e di liberazione nazionale, che, già di per sè, meritano particolari attenzione e considerazione... Puoi indicare in modo più organico quali siano gli esempi che ritieni più degni di rilievo e di studio che provengono da nazioni latinoamericane?”

 

Bellucci: “L’analisi dei fenomeni di anti-imperialismo nell’America Latina credo sia importante per guardare oltre l’Europa e l’area vicino-orientale. Si tratta di una serie di fermenti rivoluzionari di tipo nuovo, maturati nell’ultimo decennio, collegabili tutti più o meno direttamente con l’avvento in Venezuela dell’esperimento della rivoluzione bolivariana di Chavez. Già alcuni anni or sono a Beirut abbiamo avuto modo di discutere di questi fenomeni con Najah Wakim, politico e analista di politica internazionale di primo piano della scena libanese e presidente del movimento “Haraqat ‘Shab” (Movimento del Popolo) una delle formazioni del blocco pro-Resistenza Islamica collegate ad Hizb’Allah, che ci sottolineava come fosse l’America Latina il principale battistrada ideologico e il più importante bastione rivoluzionario contro la globalizzazione, lamentando ritardi nel mondo arabo causati da secolari divisioni confessionali, conflitti nazionali e etnici, interferenze straniere. Ora è chiaro che la lunga mano degli Stati Uniti sia intervenuta, anche pesantemente, per arginare il fenomeno bolivarista: il tentato colpo di stato contro il legittimo presidente Hugo Chavez della primavera 2002 ne è una chiara riprova così come tutti i successi moniti e le minacce piovute contro la presidenza Venezuela nel corso di quest’ultimo decennio. Chavez è sicuramente un abile comunicatore, ha saputo sovente e in maniera brillante rispondere ai vari inquilini della Casa Bianca e agli altri esponenti delle diverse amministrazioni a stelle e strisce. La Rivoluzione Bolivariana si è radicata a livello popolare garantendo a Chavez una forte base sia militante che elettorale, le conquiste sociali ottenute, il lavoro di riorganizzazione urbanistica, i piani edilizi a favore delle classi più povere ricordano lo sforzo dell’Italia mussoliniana di andare verso il popolo. A questi risultati si sommano quelli ottenuti in politica estera: Chavez ha creato le basi per alleanze stabili a livello regionale con quei Paesi che stanno seguendo le orme del Venezuela in particolare con la Bolivia e l’Ecuador ma anche con Brasile e Argentina. Il più importante successo della presidenza Chavez a livello regionale rimane il summit di Caracas del dicembre scorso quando venne fondata la CELAC (Comunità di Stati Latino Americani e Caraibici), primo tentativo di unità regionale che estrometta gli Stati Uniti dalle faccende interne dell’America latina. Inoltre il Venezuela è intervenuto con tutta la sua diplomazia al fianco dell’Argentina nel contenzioso che Buenos Aires ha aperto da 30 anni con la Gran Bretagna per le Isole Malvinas, una situazione recentemente riacutizzatasi a causa dell’ostilità britannica che rifiuta di concedere agli abitanti dell’isola il diritto all’autodeterminazione. Infine ricordiamo come il Venezuela sia da anni uno dei principali alleati della Repubblica Islamica dell’Iran, della Repubblica Araba Siriana e come il suo governo e Presidente siano stati i soli, escludendo Teheran e Damasco, ad essersi risolutamente schierati a favore di Hizb’Allah e del popolo libanese durante la vile aggressione sionista dell’estate 2006 e , successivamente, abbiano preso posizione contro il massacro dei palestinesi del dicembre 2008-gennaio 2009 perpetrato da “Israele” con l’operazione “piombo fuso”. L’America Latina, pur con tutti i suoi ritardi cronici e i continui tentativi di interferenza operati dal Grande Satana a stelle e strisce, è uno dei palcoscenici geopolitici e strategici più interessanti, senza dubbio da monitorare attentamente e dal quale, nei prossimi anni, potrebbero arrivare buone notizie per chi riconosce nella lotta contro il Mondialismo, la Globalizzazione, il Nuovo Ordine Mondiale i capisaldi della propria azione politica. Il neo-nazionalismo latinoamericano - incarnato dal Venezuela bolivariano e dal suo massimo artefice, Hugo Chavez, - ha saputo creare le condizioni per una rinascita dell’area latinoamericana e l’affermazione di valori comunitari che possiamo tranquillamente etichettare come esempi di “socialismo nazionale” o, per dirla con le parole dello stesso Comandante Chavez, il “socialismo del XXI mo secolo” finalmente scremato di gran parte di quegli elementi materialisti e pseudo-scientifici di marxista memoria. Sarà il tempo a dirci se l’azzardo di Chavez avrà sortito i suoi effetti. Senza ombra di dubbio fin d’ora possiamo dire che il “giardino di casa” dello Zio Sam – come gli USA amano considerare i Paesi latinoamericani – è tornato ad essere fonte di problemi per Washington, un fronte in più che si è aperto nella lotta planetaria all’Imperialismo e al Sionismo internazionali.” 

Introduzione e quesiti di Antonella Ricciardi; intervista ultimata il 12 settembre 2012

[Questo servizio è stato pubblicato nella versione on line del giornale Dea Notizie, e sui giornali telematici Corriere di Aversa e Giugliano, Italia Sociale, Caserta24ore (in forme sintetizzate in questi casi)]



Antonella Ricciardi , Intervista ultimata il 12 settembre 2012