Intervista ad Erich Priebke


1) Quale ritiene sia il messaggio più importante che ha trasmesso attraverso la sua autobiografia?

Al di là del significato dei singoli eventi della vita, un uomo che si avvia alla fine del suo percorso deve tirare le somme.
Forse la cosa più difficile è proprio accettare con serenità il proprio destino. Io credo, dopo tanti travagli, di aver capito il significato del mio: lottare fino alla fine per tenere alto il mio onore di uomo, l’orgoglio di appartenere al mio popolo, il popolo tedesco che con i suoi pregi e i suoi difetti non posso e non voglio cessare di amare.

2) Ha cambiato idea su qualcosa dal 1994, anno nel quale cominciarono i suoi problemi giudiziari, ad oggi?

Nel caso Priebke si è assistito ad un numero spaventoso di violazioni ai concetti basilari del diritto e della legalità. Barbarie che però non si è imposta come fatto incruento. Il cedimento delle istituzioni è avvenuto attraverso le continue pressioni del potere politico su quello giurisdizionale (come il mio sequestro e il successivo riarresto in Tribunale, ordinato dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick), in aperto spregio del fondamentale principio della divisione dei poteri, che è l’essenza stesa della indipendenza della magistratura
A quel tempo sinceramente credevo nei valori della giustizia, quelli di cui tanto si parla nei così detti paesi civili che si proclamano Stati di Diritto.
A mie spese ho dovuto imparare che dietro la maschera della legalità democratica spesso si celano gli interessi e gli intrighi di lobby potenti, che calpestano il diritto e manipolano l’informazione pur di raggiungere i loro torbidi scopi.

3) Il secondo processo di primo grado del suo lungo iter processuale si concluse con una condanna a 15 anni, ridotti nei fatti a pochi mesi, per il condono di 10 anni e per i 4 anni e più di carcerazione preventiva già vissuti (compresi quelli sofferti come prigioniero di guerra). Con un accordo tra accusa e difesa si era deciso di fermare lì l'iter giudiziario. Ma, si afferma nella sua autobiografia, l'accordo venne fatto saltare dall'alto, ed in appello lei fu condannato all'ergastolo, poi confermato dalla Cassazione. Pensa di avere capito a chi si debba questa manovra? E ritiene ciò parte di un più ampio processo politico?

Su tutte le sentenze che mi riguardano posso dirle che non si è mai processato l’uomo Priebke, innocente o colpevole che fosse, ma l’ideologia che si voleva a tutti i costi che egli incarnasse. Si è giudicato non secondo i canoni del diritto ma all’unico scopo di inscenare un processo mediatico che avrebbe imposto all’attenzione dell’opinione pubblica il solito pacchetto emozionale, confezionato per suggestionare le masse con la figura di un mostro a uso e consumo dei giochi di potere dei potenti.
Il caso Priebke doveva essere l’ennesima occasione per riaffermare e giustificare i principi su cui si fondano le suggestioni politiche e sociali del mondo attuale. Un mondo programmato nella conferenza di Yalta, autolegittimato con i processi farsa di Tokio, Norimberga e gli altri, inscenati via via contro chi non voleva allinearsi alle logiche del nuovo corso. Doveva essere l’ultima occasione per usare il soldato tedesco come simbolo del male, contrapposto a tutto ciò che in termini sempre più categorici viene imposto ai popoli della terra come il bene: il nuovo ordine mondiale, quello globalizzato da un ristretto gruppo di plutocrati cosmopoliti e dai politicanti al loro servizio.


4) Lei afferma di essere dispiaciuto per le perdite umane, ma di non potersi scusare, dato che pensa che le sarebbe stato impossibile sottrarsi all'ordine di partecipazione alla rappresaglia, se non a rischio della vita. Come valuta, però, il tipo di rappresaglia attuata alle Fosse Ardeatine? Ritiene che quella rappresaglia sia stata inevitabile o inopportuna?

Io non avevo mai ucciso prima di quel giorno e non l’ho grazie a Dio, mai più dovuto fare. L’essere la guerra fatta di massacri e di morte, non può alleviare il dramma di chi ha una coscienza e deve sopprimere una vita.
Probabilmente le generazioni attuali, quelle che non hanno fatto la guerra non possono capire. Noi abbiamo dovuto sparare alle Ardeatine; non lo abbiamo fatto per un sentimento di odio. L’abbiamo dovuto fare in seguito ad un ordine irrifiutabile venuto direttamente da Hitler. Ciò che posso dire è che la rappresaglia era ed è ancora oggi una pratica legale in guerra. Non ubbidire sarebbe stato impossibile, come è dimostrato dalle vicende terribili di Hiroshima, di Dresda e di tutti i molteplici massacri e rappresaglie avvenuti nella seconda guerra mondiale, dove al contrario di quanto successe alle Ardeatine, si uccisero molto spesso indiscriminatamente anche donne e bambini.

5) Quali sono gli episodi più significativi che ricorda legati a Hitler e Mussolini?

Dopo i primi esiti positivi sul fronte orientale, a fine estate 1941, feci, nelle mie funzioni di ufficiale di collegamento, un viaggio indimenticabile al seguito di Benito Mussolini. Il Duce visitò le divisioni italiane sotto il comando del generale Giovanni Messe. Il luogo dell’incontro era una piccola stazione vicina alle linee, appositamente scelta perché nelle vicinanze si trovavano due tunnel che avrebbero potuto ospitare entrambi i treni in caso di allarme aereo. Ci fermammo ad aspettare il convoglio di Hitler che non si fece attendere a lungo.
Il Duce era cupo, la morte di suo figlio Bruno, da poco caduto mentre collaudava un aereo, era un dolore che non lo abbandonava. Vidi come il volto turbato di Mussolini si rischiarò alla vista del Führer. Mi colpì quella cordialità nei confronti dell’alleato perché aveva un qualcosa di veramente spontaneo e dal canto suo Hitler fu altrettanto amichevole. Ricordo anche che al fianco di Mussolini c’era il figlio Vittorio.
Le grida: “Duce Duce” con cui i soldati italiani fino ad allora vittoriosi accolsero Mussolini erano veramente travolgenti; una immagine italianissima che per di più, per lui, chiuso nel suo dolore, fu particolarmente commovente.

Benito Mussolini e Adolf Hitler a Monaco nel 1938

6) Nel suo libro lei dà un'immagine del colonnello Kappler diversa da quella che di solito è stata presentata sui mass-media. Lei racconta, infatti, di un Kappler che nutriva sì un'avversione nei confronti degli ebrei, ma di tipo politico e non prettamente razziale, ricorda che Kappler aveva inoltre trovato in prigionia un amico zingaro.... Pensa davvero che la figura di Kappler sia stata sfigurata per motivi politico-propagandistici?

Kappler era considerato un ufficiale molto in gamba che, grazie anche all’ottima conoscenza della lingua aveva dimostrato di essersi inserito più che bene nella vita romana.
Nato nel 1907, aveva 6 anni più di me ed era di Stoccarda, figlio di una famiglia medio borghese. Si era iscritto nel 1931, due anni prima della vittoria elettorale di Hitler, alla NSDAP (Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori) e l’anno dopo aveva lasciato l’università per entrare nelle Allgemeine ss. Aveva frequentato la scuola di polizia al Charlottenburg nel 1937. Notato da Heydrich per l’acume dimostrato nel corso delle indagini sull’attentato contro Hitler, avvenuto a Monaco nel 1939, venne fatto specializzare sulle problematiche del comunismo internazionale ottenendo, sempre nel 1939, su proposta del generale Harster e nomina di Heydrich e dopo un breve servizio ad Innsbruck, l’incarico a Roma come ufficiale di collegamento con la polizia italiana. Era un uomo di cultura che amava collezionare vasi etruschi e ascoltare la musica classica. Sicuramente ambizioso, l’organizzazione del lavoro sotto di lui, secondo lo stile dell’epoca, doveva funzionare come una macchina perfetta; essere suo dipendente implicava obbedire e fare dei sacrifici, ma al di là delle sue funzioni di capo non invadeva la sfera personale dei sottoposti. Dotato di una elasticità mentale non comune per un poliziotto, evitava di agire sulla base di semplici supposizioni; sapeva però anche essere molto duro con i nemici.
Tribunali alleati processarono a fine conflitto i suoi superiori: nel 1946 i generali Eberhard von Mackensen e Kurt Mälzer a Roma e nel 1947, a Venezia, il Feldmarschall Albert Kesselring. Essi avevano trasmesso a lui, come comandante della Polizia di Sicurezza di Roma, gli ordini di Hitler relativi alla rappresaglia delle Ardeatine. Gli alti ufficiali furono tutti e tre condannati alla fucilazione, poi commutata in ergastolo ed alla fine, nel 1952, ottennero la grazia in virtù della quale vissero da uomini liberi per il resto dei loro giorni (eccezione fatta per Mälzer che nel frattempo era morto per un tumore).
Kappler alla fine fu l’unico a venire condannato nel corso del processo celebrato nel 1948 davanti al Tribunale Militare di Roma. Sebbene assolto per la rappresaglia in sé, a Kappler fu imputata la morte di 10 ostaggi che, a giudizio del tribunale, erano stati giustiziati esclusivamente sulla base di una sua scelta personale. La decisione era stata presa da Kappler in conseguenza del decesso del trentatreesimo militare dell’esercito tedesco, avvenuto in ospedale nelle ore successive all’attentato partigiano di via Rasella.
Dopo più di trent’anni di carcere, quando Kappler malato terminale di cancro era ormai poco più che un fantasma, un branco di iene continuava ad accanirsi contro di lui. Escluso prima da qualunque forma di clemenza, fosse indulto o amnistia, ora in punto di morte gli si rifiutava anche la sospensione della pena. Alla fine, in barba a tutto il blaterare sull’umanitarismo delle società civili, si erano compiaciuti di negargli anche il conforto di una morte nella propria casa. Ipocrisia e carrierismo erano i miti delle autorità democristiane e dei loro apparati nella nuova Italia, miti sempre sostenuti da uno stuolo di giornalisti compiacenti, e un codazzo di enti di comodo ed eroi dell’ultima ora. Dopo la sua fuga verso casa gli ci vollero ancora sei mesi di agonia perché il buon Dio mettesse finalmente termine al suo lungo martirio. Domizlaff, un mio ex superiore, coimputato di Kappler, che venne assolto come tutti gli altri dal Tribunale Militare di Roma per la rappresaglia delle Ardeatine, a proposito dei nostri ex nemici partigiani prigionieri nel carcere di via Tasso, coloro che Kappler aveva salvato rimettendoli tutti indistintamente in libertà al momento di lasciare Roma prima dell’arrivo degli alleati, fece questo commento: “Kappler era il tipico svevo che nascondeva il suo cuore dietro una maschera, ma che svelava la sua vera personalità con le azioni”. Domizlaff aveva passato dopo la guerra più di cinque anni di reclusione con Kappler e sapeva bene anche quanto il nostro ex comandante si fosse impegnato per mantenersi sano di mente e di spirito, in carcere. Mi spiegò, tra l’altro cosa che per me era sempre rimasta poco comprensibile, perché Kappler fino all’ultimo si fosse rifiutato di scrivere le sue memorie: non aveva voluto correre i rischi insiti nell’autodifesa. Disdegnava l’autogiustificazione, attività molto praticata dopo la guerra.

7) Dopo la condanna all'ergastolo, cosa ha pensato per riuscire ad andare avanti?

Se le manette, la deportazione di un vecchio, il carcere, la lontananza dalla mia sposa malata, sono oggi la croce della mia vita, l’incredibile lato positivo di questa esperienzia è stato trovare tanti amici sinceri; è stato scoprire un tesoro. Fratelli che da tutte le parti del mondo si sono prodigati nell’aiutarmi. Come ho già detto, il mio impegno di novantenne che anche dietro le sbarre non si è mai arreso, è quello di un uomo che anche se terribilmente stanco, cerca di stare in piedi per lasciare in eredità ad altri il significato vero della sua vita.

8) Dopo che Ciampi ha ritenuto non ci fossero le condizioni per la grazia, non essendoci l'accordo unanime dei familiari delle vittime delle Ardeatine, ritiene ancora di avere delle prospettive per riacquisire la libertà ? E se sì, chi pensa in particolare che avrà contribuito a tale esito per lei felice, col suo aiuto?

Credo che un uomo non debba mai abbandonare la speranza. Anche se mi pesa molto la mancanza della libertà e molto più ancora la mancanza di Alice, la mia coscienza di uomo tuttavia si sente libera. Per nessuno motivo vorrei essere al posto dei miei persecutori, senza vincoli nello spazio ma prigionieri nell’animo. Mi hanno tolto la libertà, mai, però, mi toglieranno la dignità.

9) Lei ha scritto nel suo libro che lo zio dell’ex Guardasigilli Giovanni Maria Flick era un SS: può darci qualche dettaglio in proposito?

Quando nel 1944 facevo servizio nella città di Brescia ho conosciuto il comandante del reparto della SS italiane che faceva servizio in quella zona, il maggiore Alois Thaler, un uomo che aveva dimostrato grande valore sul campo. Il suo gruppo di circa 200 SS italiane fronteggiava i partigiani nelle montagne.
Con Thaler ebbi l’occasione di fare una visita presso il suo comando che si trovava ad una decina di chilometri da Brescia. Fra l’altro, mi presentò un sottotenente: Massimo Flick, un ragazzo molto simpatico. Impiegato ad Anzio per contrastare lo sbarco alleato era stato decorato con la croce di ferro di II classe. Era un fervente nazionalsocialista e al nord aveva combattuto contro i partigiani ed in seguito ai postumi di una ferita faceva l’ufficiale di giustizia – Gerichtsoffizier – questo in quanto all’università aveva fatto studi giuridici. Era addetto agli interrogatori dei prigionieri, ad istruire i processi per il Tribunale delle SS di Verona dove faceva anche il consulente dei giudici tedeschi. Mi aveva parlato dei suoi problemi di coscienza per alcune condanne a morte decise dal tribunale. Suo nipote, l’ex ministro Flick, ha sempre finto di ignorare questi fatti nei quali lo zio era stato coinvolto. Ha taciuto fino al 1992 quando lo zio è morto. Contro di me invece si è accanito!

10) Qual è la cosa che dopo la condanna a vita la fa più soffrire?

Le invenzioni di alcuni falsi testimoni sulle mie responsabilità in atti malvagi, torture e cose del genere sono un male veramente gratuito e quindi per me più doloroso. E’ propria questa cosa che più di ogni altra, ancora oggi mi fa soffrire. La ingiustizia della condanna all’ergastolo, rientra tutto sommato nella logica della vendetta, meccanismo questo che anche se aberrante è comprensibile alla mia mente. Le menzogne diffamanti però manipolano l’immagine della persona snaturandola agli occhi dei suoi simili, dei suoi amici e parenti, sono un’onta insopportabile, un male veramente raffinato contro il quale non mi stancherò mai di lottare.
Proprio per questo da tempo ho intentato una serie di cause civile contro i miei diffamatori e a tutt’oggi ho già ottenuto contro giornalisti mistificatori e falsi testimoni ben 8 condanne per diffamazione, altre presto verranno.

11) Cosa pensa del divieto di sfilare e di utilizzare il palco per la manifestazione in suo favore il 6 marzo? Per quell’appuntamento ridottosi notevolmente a causa dei divieti sarebbe dovuta venire anche sua moglie Alice: è poi ugualmente venuta? E l’ha più incontrata dal 1995, anno nel quale è stato costretto a lasciare l’Argentina?

Mia moglie non l’ho mai più potuta vedere!
Nell’Italia democratica si vieta a me e ai miei sostenitori, persino il diritto di una legittima richiesta: il diritto a richiedere un provvedimento di clemenza. Certo possono negarmela la grazia, ma è un diritto inalienabile quello di poterla richiedere.
Contro simili abusi del potere costituito posso solo citare le parole del barbaro Brenno, che sono poi il titolo del mio libro: Vae Victis (Guai ai Vinti).



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Articolo contro le calunnie

[Questo articolo è stato pubblicato sui seguenti giornali: L'Altra Voce, Avanguardia, Rinascita, il Quotidiano di Caserta, Orion]



Antonella Ricciardi , 3 luglio 2004